AMICI FINO IN FONDO

Il dolore emozionale

In caso di malattia incurabile o quando l’animale domestico è oramai molto anziano, andare dal veterinario per la “puntura” è una pratica sempre più diffusa. Vi presentiamo il libro “Amici fino in fondo”, dove l’autore narra la sua esperienza di veterinario a fianco di animali che stanno per morire e di come accompagnarli durante l’ultimo viaggio nell’amore e nella serenità.

 

Amici fino in fondo – Riflessioni e consigli di un veterinario per accompagnare i nostri amici a quattro zampe negli ultimi giorni di vita
di Stefano Cattinelli
Terra Nuova Edizioni
pp. 128 – Euro 9.00 – (prezzo per gli abbinati Euro 8.10)

«Non è possibile conoscere se stessi, se non si permette alle proprie emozioni di emergere e di maturare». (Eva Pierrakos)

Quando accogliamo un animale in casa, lo rendiamo automaticamente partecipe della nostra vita; l’animale entra a far parte delle nostre scelte e dei nostri ritmi.
Di fatto lui incomincia ad occupare i nostri pensieri e dunque, per un lungo periodo di tempo, la nostra attenzione sarà costantemente rivolta a cercare di soddisfare le sue esigenze fisiologiche.
Si sa che un cane ha bisogno di uscire, di essere portato a passeggio; ha la necessità, almeno una volta alla settimana, di fare delle passeggiate più lunghe, e possibilmente, dove può, di correre e sfogare la sua naturale esuberanza. Per non parlare poi del fatto che comunque l’animale è presente a tutto quello che facciamo e che, chi più chi meno, è abituato ad interagire con noi, richiedendo impegno e attenzione.

Possiamo dunque dire che l’animale occupa realmente uno spazio all’interno della casa. Uno spazio fisico, perché fisicamente sceglie dove mettersi a riposare, a giocare o a “farsi le unghie”, ma occupa soprattutto uno spazio mentale, e ancora di più uno spazio emozionale. Mentale perché nell’arco della giornata la sua presenza ci induce a produrre dei pensieri che lo riguardano: cosa dargli da mangiare, come organizzare le uscite o come adeguare gli spazi alla sua presenza, o ancora come controllare i suoi parassiti, come spazzolarlo ecc. Emozionale, e questo è sicuramente l’aspetto più coinvolgente, perché senza di lui, la nostra sfera emotiva sarebbe semplicemente più povera.

Pensiamo solo per un attimo a quante volte le nostre emozioni sono state coinvolte nel rapporto con il nostro animale; a quante volte lo abbiamo guardato e abbiamo sorriso per quello che faceva o per come si comportava; a quante volte gli abbiamo voluto bene e ci siamo avvicinati a lui provando una sensazione di tenerezza e gioia; a quante volte ci siamo preoccupati per la sua salute; a quante volte lui ha saputo riempire con la sua presenza il nostro mondo emozionale.
Più che a livello fisico, e i gatti in questo senso hanno una discrezione tutta loro nell’occupare gli spazi fisici, più che a livello mentale, perché alla fine, un animale non è poi così impegnativo, è sicuramente a livello emozionale che massimamente, durante il reciproco scambio in spazi perlopiù limitati, si estrinseca la relazione che l’uomo ha con l’animale.
È dunque lecito pensare che il momento della sua morte rappresenti l’apice di questo rapporto, perché in questo breve o lungo percorso che ci è dato di vivere, nel momento in cui decidiamo di accompagnarlo, sono proprio le emozioni che giocano un ruolo fondamentale. Quelle emozioni e quei sentimenti dei quali siamo stati testimoni durante tutta la sua esistenza e che ci hanno permesso, grazie a lui, di raggiungere un certo grado di felicità.

Il nostro mondo emozionale non è fatto solo di felicità e gioia, ma anche di paura, dolore e tristezza. Ed è questa gamma di emozioni che viviamo principalmente nel momento della morte del nostro animale.
Come ho accennato in precedenza, non c’è nulla di male a provare dolore e tristezza quando l’animale muore, perché l’animale ha occupato un posto preciso nella nostra vita e, dal momento che non lo occuperà più, penso sia più che fisiologico vivere dei profondi sentimenti e delle forti emozioni proprio in questo frangente.
La soluzione non è dunque cercare qualcosa che ci permetta di non sperimentare un certo grado di sofferenza interiore. L’eutanasia non può evitarci la sofferenza, perché il dolore provato è legato alla morte dell’animale in sé e non alla sua modalità. L’eutanasia ci impedisce di avere il tempo di vivere pienamente il nostro mondo emozionale; di conseguenza la risoluzione del problema va ricercata nel saper leggere tale esperienza con altri occhi.
In breve ci viene richiesto di vedere la stessa realtà secondo un’angolatura diversa; oserei dire, per usare un termine quanto mai attuale: “in chiave evolutiva”. Quando un animale incomincia a seguire la strada verso un declino fisico inesorabile, quello che ci fa più paura è la possibile sofferenza dell’animale.
Vale dunque la pena di soffermarsi un attimo a riflettere su questa questione, che sembra essere, in ultima analisi, la motivazione più comune della scelta
dell’eutanasia.

Innanzitutto dobbiamo cercare di capire di quale tipo di dolore stiamo parlando, se di un dolore fisico o di un dolore emozionale. A tutti sarà capitato di leggere o di venire a conoscenza che più di qualche volta un animale si è lasciato morire di fame dopo la morte del “suo umano”. Lo shock causato dalla perdita del suo punto di riferimento umano crea nell’animale una ferita profonda; una ferita che non è fisica, ma è di tipo emozionale; questa ferita determina una modificazione del comportamento dell’animale così importante da farlo addirittura rinunciare ad alimentarsi. Personalmente mi è capitato spesso di assistere ad episodi di prolungato digiuno da parte di animali che, per cause di forza maggiore, hanno dovuto trascorrere un lungo periodo lontano dalle persone con le quali erano abituati a vivere.
La pensione estiva è spesso testimone di questi episodi. Questa forma di rifiuto, che in tutto e per tutto è simile ad una rinuncia alla vita, accade sempre in animali che sono in perfetta salute. Questi avvenimenti dimostrano che gli animali, come l’uomo, posseggono una componente emozionale e che un’inopportuna sollecitazione di questo vissuto può essere foriera di una reale forma di dolore. Anche loro, come noi, sono in grado di sperimentare la gioia e la tristezza, l’allegria e la paura; perché dunque pensiamo che non provino un senso di angoscia, di delusione o peggio ancora di tradimento davanti alla nostra scelta di praticare l’eutanasia?

Di tradimento, sì; onestamente penso che negli animali possa esistere la possibilità di sperimentare un sentimento di questo tipo. Perché non immaginiamo che si possano sentire traditi dalla fiducia che ci hanno accordata? In fin dei conti non fanno altro nella vita che appoggiarsi completamente a noi. E non è un caso che il nome Fido sia proprio l’emblema della fiducia che per esempio il cane ripone in noi. Se per noi egli è un compagno fedele, anche noi, lo dovremmo essere allo stesso modo nei suoi confronti.
Per come lo intendo io, il viaggio nella vita lo si fa in due: uno a fianco dell’altro. Il dolore emozionale, dicevamo. C’è ancora qualcosa su cui riflettere riguardo al dolore emozionale che si vive nel momento della morte del proprio animale: la perdita del proprio compagno di viaggio.
Esiste una profonda e importante differenza tra l’animale e l’umano nello sperimentare un dolore emozionale dovuto a una perdita. Nel dolore umano fortunatamente ci sarà qualcuno che vorrà starci vicino e cercherà di spiegarci, o anche di convincerci, che le cose in futuro andranno meglio e che non c’è bisogno di essere così tristi, perché avremo sempre la possibilità di consolarci con un nuovo cucciolo o altro. Inoltre dentro di noi la facoltà di ricorrere a delle argomentazioni logiche potrà esserci di aiuto nel superare la crisi emozionale. Ecco la grande differenza tra l’animale e l’uomo: il soccorso del pensiero.

Nell’uomo le emozioni possono, in qualche modo, essere ridimensionate e gestite attraverso l’uso del pensiero. L’uomo può produrre dei pensieri che riescono a mitigare l’esperienza che sta vivendo. L’animale non può avvalersi di questa facoltà. Il pensiero e la capacità logica nell’umano giocano un ruolo fondamentale nel poter superare uno stato di crisi come quello che si è chiamati a vivere; si tratta dello stesso pensiero e della stessa capacità di comprensione che state utilizzando nel leggere questo mio breve scritto.
Ma rimane ancora un dubbio da risolvere; se da una parte il pensiero può venire in soccorso al proprio mondo emozionale, dall’altra pone dei limiti molto forti all’accettazione della morte come un evento assolutamente fisiologico. La nostra mente si interroga su cosa ci accade dopo la morte, è curiosa di capire come andrà a finire e l’ignoranza culturale su questo tema determina in noi un senso di angoscia e impotenza. Inoltre l’abitudine ad avere tutto sotto controllo attraverso il ragionamento logico e il timore di perdere completamente questo tipo di “gestione” dell’esistenza con la morte, ci mettono in balia dei sentimenti di paura e smarrimento.
Negli animali la funzione di controllo, attraverso l’uso del pensiero, non è esercitata; di conseguenza le emozioni ad essa collegate non saranno presenti. In definitiva possiamo così riassumere: l’animale prova delle emozioni, anche l’uomo prova delle emozioni, ma l’essere umano può servirsi del suo stato “mentale” per osservarsi ed interagire con il suo mondo emozionale; l’animale non possiede questo stato “mentale”. Se la dimensione mentale può aiutare l’uomo a confrontarsi con le sue emozioni, il mistero della morte, per la maggior parte delle persone, rappresenta un grosso limite. Questo limite non è presente nell’animale.

Concludendo, per l’animale la morte non è un mistero da capire, va semplicemente vissuta. In Natura la morte è come la nascita, esiste e basta, nei confronti della morte l’animale non proverà alcun dolore o sofferenza emozionale. Unica eccezione l’animale la sperimenta al macello, dove emozionalmente gli animali provano un dolore intenso perché avvertono l’ambiente circostante e percepiscono la violenza di una morte provocata anzitempo.
Per esperienza non penso che si possa parlare di dolore emozionale nell’animale che sta per morire a casa sua circondato dall’affetto di coloro i quali sono stati, fino a quel momento, dei fedeli compagni di viaggio. Lontano dagli occhi dell’uomo, gli animali sono abituati a lasciarsi andare e ad aspettare l’inevitabile destino e non vivono l’inquietudine di non capire quello che sta loro accadendo, perché semplicemente non possiedono le qualità necessarie per accedere a questo tipo di informazione.

Se non è un dolore emozionale legato all’evento in sé, da dove deriva la nostra percezione che l’animale stia provando una così intensa sofferenza da farci optare per l’eutanasia?
Questo tipo di percezione nasce dal fatto che consideriamo l’animale come qualcosa, o meglio qualcuno, che ha preso parte al nostro vissuto emozionale. Se durante tutta la sua vita lui è stato sempre al nostro fianco (e vi ricordate il discorso fatto a proposito di quel famoso “click”!), nel momento in cui questo posto al nostro fianco viene lasciato vacante, la sensazione che sorgerà in noi sarà esattamente un senso di vuoto.
Improvvisamente verrà a mancare qualcuno con il quale, per molti anni, si era abituati a relazionarsi emozionalmente. Un qualcuno, tra l’altro, che non ha mai criticato o espresso alcun giudizio sul nostro operato o sul nostro modo di comportarci. Non uno qualunque, ma qualcuno che ha saputo ascoltare, qualità piuttosto rara al giorno d’oggi, e ha saputo ricambiare l’attenzione che noi avevamo nei suoi confronti semplicemente donandoci quello che meglio sapeva fare: amore e affetto.
Lo spazio che rimane vuoto, non è allora uno spazio qualunque ma uno spazio che sapeva colmare la nostra vita emozionale. Se con un click interiore l’abbiamo accolto nella nostra vita, con un altro “click” interiore dovremmo lasciarlo uscire.
E se il primo “click” era stato un atto di amore, anche quel secondo “click” non dovrebbe essere altro che un ulteriore atto d’amore.
L’animale non si aspetta che questo, perché da sempre il rapporto che abbiamo coltivato con lui è stato di amore. Purtroppo questo secondo “click”, la sua dipartita dalla nostra sfera emozionale, non è esente da dolore (vedi figura 1). Ora è tutto più chiaro.

Il dolore che desideriamo non vedere, non è quello dell’animale, perché abbiamo compreso che la sua relazione con la morte è esente da riflessioni e potenziali conflitti in merito, ma è indubbiamente ed esclusivamente un dolore che appartiene a noi.
Con l’atto dell’eutanasia, in qualche modo, cerchiamo di evitare la nostra sofferenza, o almeno contiamo di ridurre al minimo il periodo in cui siamo costretti a conviverci. La società e il modo di pensare collettivo giocano un ruolo fondamentale nel proporci un modello di vita dove la sofferenza viene in tutti i modi evitata, e conseguentemente assecondano la pratica dell’eutanasia rendendola giocoforza una prassi abituale, comune.
In realtà la nostra sofferenza, con o senza eutanasia, non può essere evitata. Possiamo decidere di vivere la morte del nostro animale ritrovando una sintonia con quello che lui prova emozionalmente. Alivello emozionale l’animale ha vissuto per tutta la sua vita all’interno della nostra sfera emozionale e al nostro fianco ha avuto la possibilità di sperimentare le nostre gioie e i nostri dolori.
Figuriamoci se in un momento come questo non sente quello che proviamo dentro di noi!
Non è certamente fingendo di non essere tristi o addolorati che lo aiutiamo ad affrontare questo percorso, perché gli animali riescono perfettamente a sentire quello che nella nostra interiorità stiamo provando. Preoccuparsi della sofferenza animale, allora, non è così sbagliato: la sua non è una sofferenza legata al mistero della morte, quanto piuttosto a come noi viviamo questo mistero; non si tratta di una sofferenza che appartiene all’animale, ma che egli sperimenta nella vicinanza alla nostra dimensione emozionale; il suo dolore emozionale è un riflesso del nostro dolore emozionale.

Come facciamo a non comunicargli il nostro dolore?
Possiamo pensare che l’eutanasia sia un atto terapeutico e che sia in grado di guarire la nostra sofferenza?
Può davvero ridimensionare il dolore che ci portiamo dentro?
No, questo non può accadere. La guarigione emozionale non passa attraverso l’eliminazione del problema. Ed è un’illusione credere che una “puntura” riesca a sanare la ferita che ci portiamo e che ci porteremo dentro ancora per molto tempo. Anzi.
L’eutanasia intesa come atto per sopprimere il dolore animale, abitualmente confuso con il nostro dolore, non solo non sarà in grado di risolvere il nostro problema, ma inconsciamente, può generare sensi di colpa e innalzare altre difese emozionali, che impediranno alla persona di concedersi completamente all’esperienza con il regno animale.
Quante volte mi sono sentito dire, nel momento in cui facevo l’eutanasia: «Dopo di lui non prenderò più un altro animale; ho sofferto troppo!». Questa chiusura nei confronti di un’esperienza non può essere giustificata semplicemente come espressione di un proprio punto di vista, ma è da considerarsi conseguenza di un vissuto che non si intende sperimentare in tutte le sue potenzialità.

L’accompagnamento di un animale verso il suo fisiologico divenire non è un evento separato dal resto della vita, ma è dentro la nostra vita, e come tale può essere foriero di ulteriori riflessioni che ci permetteranno di relazionarci con noi stessi e con la vita in maniera diversa. L’eutanasia blocca il fluire dell’esperienza conclusiva con chi ci è stato a fianco per tanti anni. Il dare così tanto valore ad un periodo di tempo relativamente breve, come possono essere quei pochi giorni durante i quali si cerca di essergli semplicemente vicino per sperimentare nuove posizioni interiori, rispetto al lungo periodo di gioia e felicità che è stata tutta la sua vita al nostro fianco, significa rifiutare di maturare.

Come è possibile annullare in un attimo dodici, quattordici anni di felicità per l’incapacità di vivere un’esperienza dolorosa?
Il bello del mondo emozionale risiede nella sua dinamicità perché esistono: momenti di gioia, momenti di tristezza, momenti di felicità e momenti di rabbia. L’altalenarsi delle emozioni fa parte del divenire umano e dunque provare dolore per la morte del proprio animale è una “cosa” giusta e bella.
L’aspetto negativo di questo altalenarsi è che normalmente, in situazioni di forte disagio la persona si immedesima eccessivamente nella sola sofferenza.
L’eutanasia sembra essere l’unico rimedio a questa stasi emozionale, perché con essa si pensa di eliminare la causa della propria sofferenza.
Purtroppo la vita non funziona in questo modo. Il dinamismo emozionale nel quale quotidianamente viviamo, fa sì che costantemente veniamo coinvolti in situazioni che ci fanno sperimentare la nostra interiorità, ed è del tutto impensabile architettare la propria esistenza in modo da evitare qualunque sollecitazione interiore.
Il mondo emozionale, per sua natura, possiede questa mutevolezza, e quindi perché dovremmo bloccare questa dinamicità in una posizione di eterna felicità per evitare le situazioni che ci procurano sofferenza. Oggettivamente per chiunque viva appieno i rapporti interpersonali, una posizione di tale staticità è pressoché impossibile e irrealizzabile.
È molto più saggio sperimentare un cammino di consapevolezza e conoscenza del proprio mondo emozionale, piuttosto che far finta che non esista, cercando di sfuggire a quelle situazioni che possono, in qualche modo, metterci in crisi. Quando decidiamo di convivere con un animale, ci assumiamo la completa responsabilità della sua esistenza, e dunque accettiamo di condividere con lui gioie e dolori. Non possiamo credere che ci possa, solo ed esclusivamente, dare felicità.
E anche se durante la sua vita siamo stati abituati a ricevere costantemente e gratuitamente amore incondizionato, può venire il momento in cui è l’animale ad avere più bisogno di noi.

Non dovremmo, a questo punto, nutrire più alcun dubbio sulla strada da intraprendere: con la morte del nostro animale ci viene presentata l’opportunità di rivisitare nei dettagli tutta l’esperienza vissuta con lui, e soprattutto di rivivere emotivamente quel primo momento nel quale abbiamo deciso di farlo entrare nella nostra vita; attraverso un atto di amore lo abbiamo accolto, e profondamente abbiamo pensato che la nostra persona si sarebbe potuta arricchire interiormente a fianco di una scintilla del regno animale. E se la nostra scelta iniziale è stata motivata da ragioni più superficiali o addirittura egoistiche, ugualmente non avremmo alcun dubbio.
Talvolta è a causa di un distorto concetto di egoismo che si sceglie di sopprimere il proprio animale.

– «Non voglio tenerlo in vita per me, non sono egoista!».
– «Lo faccio per lui, non voglio essere egoista».

Nell’egoismo veniamo prima noi e poi lui; vengono prima i nostri interessi e poi i suoi. Queste affermazioni fanno supporre che ci sia la volontà di rispettare i suoi bisogni prima dei nostri. La prima domanda che ci dobbiamo porre, prima di giungere a conclusioni affrettate è: cosa desidera realmente il mio cane o il mio gatto?
Non: cosa faremmo al suo posto; perché quando ci immedesimiamo, continuiamo ad essere noi i protagonisti di questa situazione.
Cosa sceglierebbe? Desidererebbe essere ammazzato con una puntura che provoca la morte, o preferirebbe spegnersi a casa sua sentendo vicino il calore di quella mano che ha saputo accudirlo e coccolarlo per tutta la sua vita? Preferirebbe relazionarsi con uno sconosciuto su un freddo tavolo d’acciaio o addormentarsi nella sua cuccia sapendo che vicino a lui c’è il punto di riferimento al quale ha dedicato tutta la sua esistenza?
Queste sono le domande che bisogna porci nel momento in cui entra in gioco l’egoismo…

(continua)

AMICI FINO IN FONDOultima modifica: 2009-08-15T14:00:50+02:00da trudy53
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