DA FAMIGLIA CRISTIANA

di Renata Maderna


FAMIGLIA
MADRI ANSIOSE E IPERPROTETTIVE: ATTENTE AL RISCHIO DI “AMARE TROPPO”


MAMMA LASCIAMI CRESCERE

In occasione della loro festa, lo psicoterapeuta Osvaldo Poli rivolge loro un accorato ammonimento con un libro della San Paolo: «Educarli non vuol dire viziarli».

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Renata Maderna
  
  


SETTE “VIRUS” DA EVITARE

Il virus «ho paura che non ce la faccia da solo»

spinge a pensare che il figlio abbia bisogno di un aiuto, anche quando non lo chiede. Compiti, camere che verrebbero dichiarate inagibili dal servizio di igiene pubblica, fughe nel lettone, richieste di regali… L’idea che il figlio non possa farcela da solo affatica inutilmente la mamma e impedisce al figlio la soddisfazione di sentirsi grande.

Il virus del «poverino»

parte dall’affermazione «mi dispiace per lui» ed «è avviato da una profonda emozione di rincrescimento nei confronti del figlio», spiega Osvaldo Poli, «che viene percepito come sfortunato, vittima di una sorte ingiusta a causa di una malattia o di un episodio traumatico». Il genitore lo sente fragile e diventa più arrendevole e più disponibile a sorvolare su aspetti educativi importanti. Ma è dannoso cadere nella trappola di voler «pareggiare i conti» con le presunte o reali avversità della sua vita.

Il virus «ho paura di essere considerata cattiva»

colpisce la mamma che vuole essere simpatica a tutti i costi. Fa di tutto e di più per accontentare i figli, persino quello che considera sbagliato o eccessivo. Questo nasconde un desiderio egoistico, a cui si potrebbe far fronte con un po’ di ironia: «Una mamma emotivamente libera», commenta Osvaldo Poli, «è una vera forza della natura perché sa rispondere a tono con sorprendente franchezza. No dunque a mamme lamentose, estenuanti e facilmente depistabili nelle dispute. Sì a mamme libere, spiritose e intelligenti.

Il virus «forse non sono una brava mamma»

vive nascosto nella considerazione che il figlio è lo specchio della famiglia. Ma se ne distorce il significato profondo rendendolo indistinguibile dal «è tutta colpa dei genitori» (se le cose vanno male). Molti vengono trattati da imputati: «L’ideologia oggi imperante del determinismo educativo è il terreno di coltura perfetto per questo virus e sembra creata apposta per alimentare l’industria dell’angoscia materna. Fare della relazione educativa la variabile unica e decisiva significa sovraccaricare di responsabilità il genitore aumentando a dismisura la sua paura di sbagliare».

Il virus del «tutto il mondo intorno a te» è quello dei genitori che crescono figli abituati a considerarsi al centro della vita dell’altro. Ma non fare mai la fatica di rinunciare alla dolce illusione di essere l’unico oggetto d’amore è pericoloso. «Se non si rende conto che la mamma ha una pila di indumenti da stirare che tocca il soffitto, una famiglia da gestire e anche una vita propria, come potrà diventare capace di capire gli altri, di venire loro incontro? Come potrà voler bene a qualcuno?».

Il virus «tu sei tutta la mia vita»

è un rischio particolarmente presente nelle coppie separate. Pensando che i figli abbiano già sofferto ingiustamente li si vuole esonerare da altri dolori. I bambini in questione, però, cercheranno di impostare i rapporti con tutte le altre persone da quel piedistallo e andranno incontro a incomprensioni.

Il virus «vivo la sua vita»

affligge le mamme che in fondo non hanno mai partorito i figli, ma li tengono perennemente nella propria mente senza che il radar si spenga un solo istante per chiedersi che cosa fanno, come stanno dove sono… Sono quelle che dicono «Mio figlio mi ha portato a casa un bel voto». Tutti i momenti di separazione sono una sofferenza, per cui il distacco diventa traumatico soprattutto quando le figlie accentuano le trasgressioni.

 

 


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Forse per gli addetti ai lavori la sensazione è più forte, ma anche nel caso degli altri genitori un momento di fastidio sarebbe comprensibile: un altro libro sui genitori, su come diventarlo, esserlo, farlo bene? La tentazione, siamo sinceri, è di passare allo scaffale dei libri gialli o, meglio ancora, dei fumetti. E invece no. Mamme che amano troppo (San Paolo) bisogna leggerlo. Impararlo a memoria. Digerirlo e soprattutto ruminarlo. Anzi, le parole di Osvaldo Poli, psicoterapeuta e scrittore, bisognerebbe registrarle e riavviarle ogni volta che il “virus” della mamma buona attacca, ogni volta che la tentazione di fare al posto del figlio, di evitargli un dispiacere o una fatica, di raccontarsi che “lui è così…” sta per erodere gli ultimi sprazzi di razionalità. Bisogna ascoltarlo non soltanto per il bene dei propri ragazzi, ma anche per quello della società, “per non crescere piccoli tiranni e figli bamboccioni”, come recita il lapidario sottotitolo.

Il filosofo statunitense Elbert Hubbard, che sul finire dell’800 non si preoccupava di gelare l’uditorio spiegando che «un amico è uno che sa tutto di te e nonostante questo gli piaci», e che «quando i genitori fanno troppo per i loro figli, i figli non faranno abbastanza per sé stessi», si sentirebbe un generoso se venisse a conoscenza della ricetta dell’autore contemporaneo per trasformare le mamme che amano troppo in donne davvero sagge: «La guarigione coincide con la capacità di approntare una pozione magica, cucinata al fuoco del dolore con quattro ingredienti segreti: non posso farci niente, devo chiedere di più, è necessario soffrire per capire e, infine, bisogna essere sé stesse».

Ma prima di passare alla medicina occorre avere le idee chiare sulla malattia. Un’occhiata ai “virus” materni (ma anche paterni) descritti in queste pagine, in realtà, non lascia molto scampo alle mamme d’oggi che, del resto, avranno tanti difetti, ma non mancano di un pregio (se usato nei giusti limiti): quello di mettersi in discussione. Anzi, al posto di una scatola di cioccolatini o di una rosa, per la loro festa quest’anno potrebbero pensare di accettare in regalo un libro che sentenzia così: «Il nemico per eccellenza di ogni madre è il dolore del figlio».

Preservati a ogni costo

Spiega Poli, che raccoglie da anni le inquietudini, le domande e lo scoraggiamento di tanti genitori, sia nei colloqui individuali che nelle tante occasioni di incontro pubblico: «Tutto il sentire materno è originato da questa preoccupazione: evitare al figlio di star male. Non che i padri non abbiano lo stesso desiderio, ma è il tipo di aiuto offerto a essere diverso. Il sentire femminile muove dal presupposto che i figli siano oggetti così fragili da non sopportare il dolore e che quindi vadano preservati a ogni costo, facendo scudo con la propria dedizione anche alla fattispecie di dolore più banale: la normale fatica della vita».

Mamme che aiutano troppo, che corrono a casa perché «domani abbiamo latino», che si fanno in quattro per appianare ogni problema e proteggere da ogni rischio, che si affannano a spiegare a insegnanti ed educatori che «lui è così, va preso così… preferisce cosà…». Mamme che sognano di sostituirsi, sedersi nel banco, buttarsi in piscina, entrare in campo al posto del bambino, a cui filtrare solo gioie e soddisfazioni.

Dovrebbero diventare un po’ padri, quelli che incoraggiano ma lasciano che i figli affrontino difficoltà e problemi, convinti che non tutte le fatiche e le sofferenze siano distruttive e che, anzi , aiutino a crescere.

«Basterebbe applicare le virtù cardinali», consiglia Poli, che è non solo fine conoscitore d’animi ma anche arguto scrittore, «perché rappresentano altrettanti criteri di verifica dell’autenticità di un amore equilibrato. La prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza ne salvaguardano l’autenticità».

La prudenza permette di valutare con realismo, non filtrato dalle proprie paure né deformato dai propri bisogni, il carattere dei figli e le loro motivazioni, di vederli così come sono anche nei loro aspetti deludenti, di non darsi spiegazioni consolatorie del fatto che non studino, che non leghino con i compagni, che disturbino in classe, o che vogliano avere sempre ragione.

«La prudenza ricorda che non c’è amore senza verità, ma l’amore non può essere autentico senza giustizia, la virtù che richiede il rispetto della reciprocità. Come può ritenere di voler bene chi non riconosce e non rispetta i diritti dell’altro? Nello stesso tempo, l’amore autentico richiede anche di essere forti e fermi in alcune decisioni educative, anche se non sono capite o richiedono una dura lotta contro le proprie debolezze affettive. Facendo prevalere il bene del figlio sul proprio desiderio di «piacere» o sui propri sensi di colpa, si onora la virtù della fortezza».

Il limite del “conveniente”

Ricordarsi che il compito dei genitori non è essere “amici” dei figli, e tantomeno “simpatici”, aiuta tantissimo quelli che sanno bene quanto sia più facile concedere piuttosto che dire no, lottando contro la paura di essere considerati cattivi o contro il senso di colpa.

Ma il problema è che nemmeno prudenza, giustizia e fortezza sono sufficienti perché, come mette in guardia Poli, «è necessaria anche la quarta e la più negletta delle virtù: la temperanza, che esprime la necessità della misura, in opposizione a tutto ciò che appare esagerato, eccessivo, che supera il limite invisibile, ma reale, del “conveniente”. La protezione eccessiva dei figli può diventare un’opprimente campana di vetro, mentre la misura distingue l’accontentare dal viziare, stare vicino dall’essere appiccicosi e impiccioni. La disponibilità a essere accanto, aiutare, venire incontro ai bisogni dei figli deve avere una misura. La virtù della temperanza ricorda che la mancanza di misura ha il suono di una moneta falsa, e che amare davvero è sostanzialmente diverso dall’amare troppo»

   

DA FAMIGLIA CRISTIANAultima modifica: 2009-08-30T12:49:20+02:00da trudy53
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